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L’acqua non vuole!

laviaacquea
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L’ acqua non vuole:

quattro piccole storie
 (più una) intorno al senso del reale.

“L’ acqua non vuole!”. E’ questo che mi ha detto Pietro, un bambino di neanche 5
anni , commentando i suoi tentativi di toccare con le mani il fondo della piscina:

c’ è Elia, stessa età, che, alla mia richiesta di nuotare fino alla fine e non solo a metà vasca, mi spiega che la mezza che nuota all’ andata fa l’ intera con quella di ritorno.

 

Così il primo mi descrive l’ esperienza del suo galleggiamento, mentre il secondo mi parla di numeri frazionari e interi:

il pensiero-bambino è profondo e singolare, come quello di Silvia, dueenne, che, una mattina non troppo lontana incrocio con il papà e la mamma nell’ atrio della piscina.

Lei ha due pupazzi nelle mani. Le domando come si chiamano: lei risponde sicura “ Sono il papà e la mamma!”

La mamma subito interviene: “ No, non sono il papà e la mamma: come si chiamano?”.

 

Silvia, a questo punto, è confusa; su una nuova sollecitazione della mamma risponde: “ Sono Pinko e Panko!”
Apro una ampia parentesi.

I grandi, a volte sono maldestri, non c’ azzeccano proprio con i loro bambini: la storia di Silvia, in diverse modalità, si presenta spesso nella nostra relazione quotidiana con loro:

ci sentiamo in diritto- dovere di correggerli. Ma siamo proprio sicuri che il nostro intervento sia adeguato e serva proprio ad integrare il loro messaggio ,in parole povere che questo esprima veramente quello che lei o lui voleva dire o fare? Oltre a tutto, lo stiamo davvero aiutando? Io la vedo così. Sicuramente Pinko e Panko saranno stati pure i nomi usati da Silvia per evocare i suoi due pupazzetti in altre

vite, ma questa volta, credo si trattasse proprio di mamma e papà che lei stava portando in piscina, in un gioco-specchio a ruoli capovolti di cui la mamma non si è resa conto. Eppure,come un manico di scopa può trasformarsi in un cavallo da montare , anche una bambola può essere un sé da accudire, o una mamma da scarrozzare ; nel pensiero e nel gioco simbolico il bimbo elabora ed agisce, combinando la sua realtà cognitiva, affettiva, relazionale del momento. La parentesi è chiusa.

L’ ultima piccola storia che oggi vi racconto è questa: in piscina sostituisco un maestro, il gruppo è formato da bimbi di 5- 7 anni che hanno già dimestichezza con l’ acqua fonda, è la prima volta che ci vediamo. “ Dai fatemi vedere come vi muovete!”, faccio io: uno alla volta li faccio tuffare dal blocco. Un bambino non vuole:

gli chiedo il perchè. Lui mi risponde che vuole tuffarsi dal bordo, perchè da lì l’ acqua è più calda. Sono rimasto sor-preso tanto quanto quell’ “ Ho paura dell’ acqua fredda” pronuciata da una bimba anni addietro: ho accolto la sua richiesta; la cosa che mi ha sorpreso, poi, è stata che tutti i restanti tuffi della lezione lui li abbia eseguiti dall’ alto senza più nessun intervento da parte mia.

Notizia dell’ ultima ora! I genitori di Enrico di anni due e mezzo sono stati convocati dalle educatrici della scuola materna, perchè il suddetto bimbo durante il quieto momento del pranzo, ha detto CACCA, e, nonostante la proibizione della maestra, l’ ha financo ripetuta, provocando l’ ilarità di tutto il gruppo! La parola cacca, pronunciata fuori dai contesti rituali, da che mondo e mondo, ci ha

sempre fatto sganasciare dal ridere
( vedete sorridete ancora!) da quando avevamo due anni… Noi adulti dovremmo avere acquistato, con l’ esperienza, anche, con un certo distacco, una maggiore confidenza con la cacca…Opppure no?

 

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