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La paura, all’incirca

laviaacquea
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C’ è una parola che sento ripetuta molto spesso dalle mamme che parlano di un atteggiamento di paura dei propri figli nei confronti dell’ acqua.
La parola paura viene nominata generalmente in piscina quando il bambino ci finisce sotto per una “ caduta” casuale, un ruzzolone come lo chiamo , oppure anche quando gli viene lasciata provare l’ immersione. Il fatto che mi stranisce è che, poi, quando questi bimbi me li ritrovo davanti,non riesco a cogliere nei loro agiti in acqua, alcuna traccia di strizza; in alcuni colgo magari “regressioni”, ma le vedo come una normale tappa nel processo di individuazione, di rielaborazione del proprio stare in acqua con noi.
Perchè a volte i grandi appiccicano sugli altri i propri stati d’ animo, le proprie emozioni?


Mi ricordo , quando “ Il ruzzoluffo” era solo una bozza, che ne diedi una copia a Siria, ragazza di 17 anni, perchè, leggendola, potesse trovare ispirazione per i suoi disegni. Sicuramente, di tutti quelli che ricevetti da lei, questo, con un altro, mi folgorò: Siria l’ ha titolato così:

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L’ unica figura rappresentata è quella di una mamma immersa in acqua: di lei è ritratta solo la parte medio alta e di lato del viso, compresa tra la fronte ed il naso, la cui base poggia a pelo d’ acqua nel mezzo del disegno, come scogliera dal mare.
Da grotta là sotto esce aria, respiro breve e veloce, che disegna sull’ acqua piccole onde. La guancia è in parte, palla gonfia di aria trattenuta, e sopra c’ è l’ occhio, spalancato a fissare: questa mamma sta guardando il suo bimbo fare qualcosa lontano da lei e questo la mette in allarme ( il racconto è di Siria) : c’ è pure una cortina nebbiosa che sprigiona dal suo sguardo che le fa vedere male . Il resto del suo corpo non è disegnato , possiamo solo immaginarlo acquattato e impietrito sotto tutta quell’ acqua d’ intorno.
In questo mio lavoro di ricerca ne ho conosciute tante di mamme così, e anche di papà, costantemente pre-occupati che l’ immersione, che sia accidentale o desiderata dal nostro bambino, possa rivelarsi un’ esperienza traumatica : quella nebbia di emozioni contrastanti ci irrigidisce e frena, perchè, come la mamma del disegno, lo vediamo indifeso ed incapace di sviluppare una propria strategia autonoma da noi che vogliamo proteggerlo. Così tendiamo ad “ accontentarlo”, oppure a sostituirci a lui, inondandolo di direttive, consigli , di rassicurazioni verbali e negazioni( il “ Non è successo niente!” tanto ripetuto!) . Non c’ è più piacere condiviso: regna soltanto la nostra grande paura che il nostro bimbo in acqua possa scomparire.

La nostra orca cara deve tornare
indietro nel tempo, bambina;
si scorda, ogni tanto,
che c’ è solo una danza
a lei conosciuta
ed alla sua cocca di nana…
Questo è il ballo del corpo significante,
in- tonato da un’ orchestra ricetrasmittente
di gesti, espressioni, emozioni,
fatta pure di suono che entra ,
di voce, richiamo che esce fuori;
gli sguardi si fanno curiosi dell’ altro,
mentre illuminano anche il dentro di noi.
E’ proprio grande il lavoro del direttore d’ orchestra,
mamma o papà che sia, ed in acqua, poi!
mettere in accordo tutti questi strumenti di relazione,
per creare da un ritmo a volte scordato un accordo armonico di corpo intero.

La vasca d’ acqua di una piscina è come un grembo luminoso  e rumoroso che nutre ed alimenta grandi emozioni in un bambino:il riconoscerle e condividerle, senza negarle, ci educa a modulare una risposta tonica, intuitiva accordata al linguaggio del nostro bimbo.
Non c’ è rassicurazione più grande di un caldo abbraccio; il timore si scioglie se lo prendi per mano.

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