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Elena

laviaacquea
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Dei miei primi incontri con Elena ho già scritto sul blog in ”  Intorno alla relazione”. E’ il secondo anno che ci ritroviamo in piscina, ma già da subito mi ha riconosciuto con piacere. Lei viene sempre accompagnata dalle due maestre sul piano vasca fino all’ appendino, dove lasciamo accappatoio e ciabatte. Le maestre ci salutano e ci lasciano soli: il commiato è sempre sereno, solo poche volte Elena durante la lezione mi chiede di loro e sempre in modo pacato. Lo spazio in cui operiamo è quello della corsia più esterna della piscina grande: c’è un piano vasca che Elena a volte percorre, camminando con me, in tutta la sua lunghezza prima di entrare in corsia, larga 2 metri e mezzo: a questa estremità, dove c’è la scaletta, l’ acqua è più bassa, per poi degradare ai 3 metri della parte più fonda, quella degli appendini. Partiamo generalmente seduti sul bordo, le gambe in acqua, Elena ci si butta dentro, senza troppo esitare: il suo corpo sa galleggiare, ma lei non lo sa. La sua distonia di braccia e gambe le impedisce, prona, di sostenere bene la testa per respirare e poi di sviluppare quella coordinazione istintiva  in quadrupedia propria della nuotata a cagnolino: nei suoi movimenti in acqua alta da sola, solo le sue braccia   lavorano insieme come pinne immature in movimento ascensionale, le sue gambe no: in lei non è ancora  a fuoco il desiderio  di spostamento, spesso beve, ma questo non la inibisce per niente; di sicuro il movimento per largo dal bordo vasca alla corsia, oppure da una corsia all’ altra è quello in cui si individua meglio. Elena ama scavalcare le corsie, a volte ci resta appesa con le mani, le gambe che le salgono davanti, rigide( prono supinazione nel gioco di modulazione tonica dell’ altalena); altre volte la percorre prona, tirandosi con le mani, vicino-lontano da me. Dalla parte bassa lei tocca bene con i piedi e si muove verso la scaletta che sale, scende per poi risalire: spesso ci vuole davvero una calda lotta tonica per riportarla in vasca, ma questo è parte della nostra relazione, fa parte del gioco. Lo spostamento dall’ acqua alta alla bassa e viceversa lo facciamo insieme, spesso a zig- zag: la con- tengo e la sos- tengo senza galleggianti, lasciando a lei la modalità di aggrappamento iniziale. Ci muoviamo prima frontali, avviluppati in un nodo corporeo a volte così stretto da togliermi il fiato ( Elena ride delle sue braccia forti, come ride quando si leva la cuffia all’ inizio e la butta a terra, guardandomi): è ancora difficile fargliele distendere , perché appoggi le sue mani sulle mie spalle, in modo da stare più piatta. Se la tengo di spalle in posizione seduta muove bene le gambe; a volte avanziamo di lato uno all’ altra e la mia presa la sos- tiene sotto l’ ascella; altre la sos- tengo da dietro, mentre lei è prona davanti e si allunga per raggiungere il bordo. La sua più recente conquista è stato l’ attraversamento di tutta la vasca in galleggiamento completamente abbandonato a pancia in su, la sua nuca appoggiata alla mia spalla. così, è  così leggera! Quando arriviamo a toccare c’ è sempre un intervallo in cui la prendo in braccio o a zainetto e facciamo giro- tondi lenti- veloci cantati e saltati. Elena è una bimba che ride di gusto spesso con me e, alcune volte, anche di me, viscerale, ride anche quando fa la pipì sul piano vasca, incontenibile da toglierle il fiato.

Conclusione

Io credo che per Elena l’ acqua sia un mezzo relazionale ideale per imparare nel tempo ad esprimersi con piacere e in progressiva autonomia.

Paolo Pasotti, più psicomotricista che istruttore di nuoto.

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